Archeo Viaggi

Le Domus de Janas di “Santu Pedru”

Quando il mio sguardo si posa su una domus per la prima volta, il mio cuore subisce un fremito simile a un lieve sussulto, sempre. I mie occhi divengono lucidi e uno strano brivido comincia a scivolare lungo la schiena. Queste emozioni le provo soltanto quando vado in solitaria. Se si va in gruppo, in qualche modo si perde gran parte della magia. Quando vai in compagnia soltanto di te stesso tutto cambia, entri in una sorta di connessione, come se quella roccia che è stata scavata più di 5000 anni fa cominciasse a parlare e relazionarsi con te nel profondo della tua anima. Ti scruta, e allora cominci a percepire quell’alone ancestrale che la circonda.

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Non vi entro subito, prima mi godo l’atmosfera. Di solito il paesaggio è ricco di rocce, arbusti, immerso nell’aspra macchia mediterranea. I profumi si mescolano: cisto, lentisco, mirto, corbezzolo, l’habitat è già di per sé arcaico, eco di un isola selvaggia, intricata. La Sardegna è roccia nuda, e le domus non sono altro che il suo cantico. Pietra scavata con pietra per raggiungere il grembo della Grande Madre, per arrivare in profondità, al velo che separa le due realtà.

Faccio qualche passo, adagio, contemplo le scanalature, alcune quasi impercettibili erose dal tempo, altre immortali, perfettamente in rilievo, altre ancora decorate con quel consueto tema vermiglio, del colore del sangue, quasi ci fosse un cuore a pulsare sotto quel tessuto minerario. Il soffio perenne della brezza ti accompagna,prendendoti per mano per portarti là dentro, nelle profondità silenti in cui vigono l’oscurità e l’immoto.

Una volta dentro, non posso sottrarmi al silenzio. Il mio respiro si attenua, gli occhi cominciano ad abituarsi alla luminosità fioca, le pupille si dilatano. Deboli dita di luce penetrano attraverso l’ingresso disegnando sinistri arabeschi nella pietra lavorata da mani senza nome in un epoca di cui non ho memoria.

Quando entro all’interno di una domus è come se varcassi la soglia verso un altro mondo. Comincio a rendermi conto dell’estremo lavoro che si cela dietro quella creazione. Mi sento piccolo, smarrito. Non posso fare altro che continuare a stare in silenzio e contemplare ciò che trovo al suo interno, le colonne, le varie raffigurazioni, la minuzia dei particolari. Tutto parla e racconta di ere primordiali, dove la morte era la porta che conduceva verso un altro luogo, un luogo sconosciuto, venerato e idolatrato in ogni sua forma.

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Falsa Porta della Tomba VI

Spero di avervi trasmesso le mia emozioni attraverso questo incipit. Sono sempre ispirato quando parlo delle domus, non so per quale motivo, ma sento una forte connessione con esse. Ora vi racconto nel dettaglio delle meravigliose necropoli di “Santu Pedru” che ho visitato ben due volte quest’anno.

Nel dettaglio

Il complesso comprende una decina di tombe con dei dromos e schema planimetrico pluricellulare. Alcune (I, II, III, VI e X), talora di dimensioni monumentali, mostrano ornati architettonici (gradini, zoccoli, fasce, cornici, architravi, soffitti semicircolari e pilastri) e simbolici (false porte e protomi taurine).

La tomba I, conosciuta anche come “Tomba dei vasi tetrapodi” che prende il suo nome proprio per la scoperta di questi vasi, per l’appunto tetrapodi, rinvenuti al suo interno. Presenta un dromos in parte distrutto che introduce nell’anticella semicircolare; questa è decorata nella parete ricurva da uno zoccolo in rilievo e da due paraste, mentre il soffitto riproduce un tetto con travetti a raggiera incisi.
Nella parete di fondo, in origine dipinta di rosso, si apre il portello trapezoidale, ornato da cornici, sovrastato da un architrave in rilievo e preceduto da due gradini, che introduce nella cella maggiore.

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Ingresso della Tomba dei Vasi Tetrapodi

La cella è quadrangolare con soffitto piano sostenuto da due colonne; sulla parete di fondo è scolpita una falsa porta architravata con cornici dipinte di rosso. Sulle pareti si aprono i portelli sopraelevati delle celle secondarie ornati da cornici e forniti di gradini di accesso.
L’entrata della celletta è sovrastato da un rilievo in stile rettilineo raffigurante due corna bovine.

La tomba II è formata da un lungo dromos, molto compromesso, che introduce in un’ampia cella quadrangolare trasversale. Il soffitto è sorretto da due colonne. Quattro piccoli vani secondari si affacciano sull’ambiente con portelli ben rifiniti.

La tomba III è simile alla tomba I , ma dotata di un numero maggiore di celle.
Si compone di un lungo corridoio, un’anticella con quattro fossette sul pavimento e una grande camera centrale quadrangolare, dipinta di rosso, con due pilastri. Sulla parete di fondo della camera è scolpita una falsa porta, mentre dieci portelli sopraelevati introducono in altrettante celle secondarie.

La tomba IV, ubicata nella parte più alta del declivio, è stata rimaneggiata e adattata a chiesa rupestre in età alto-medievale.

La tomba V, molto danneggiata, presenta nel pavimento della camera principale, che non fu mai portata a termine, una sorta di rozzo bancone.

La tomba VI, danneggiata e priva del soffitto, aveva in origine delle partiture architettoniche in rilievo, ravvivate con ocra rossa.

La tomba VII, di dimensioni assai più ridotte rispetto alle altre, è totalmente scoperta.

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L’adiacente tomba VIII, in gran parte deteriorata, conserva l’anticella quadrangolare e una cella principale dipinta di rosso e decorata da cornici in rilievo sulla quale si aprono i vani secondari.

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Particolare della tomba VIII, ancora visibile la consueta tinta rossa che i prenuragici ottenevano dallo sbriciolamento di pietre ferrose mescolate con acqua.

Ritornando sulla strada asfaltata, nel piccolo spiazzo di terra di fronte alla necropoli, è presente la tomba X: è composta  da un dromos che immette in una piccola anticella; un portello sulla parete di fondo introduce nella cella principale, rettangolare, con due pilastri e un focolare scolpito in rilievo nel pavimento: sul lato opposto all’ingresso è scavata una falsa porta. Tre ingressi laterali introducono verso altre celle secondarie piuttosto ampie.

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Interno della Tomba X, ben visibile il focolare scolpito. Foto di Giovanni Galzerano, Presidente dell’associazione Archeourivagando.

 

Come arrivare

Uscire da Alghero e prendere la SS 127 bis in direzione Uri-Ittiri; oltrepassato il bivio per Olmedo continuare per circa 2,5 Km: alla fine di un lungo rettilineo e subito dopo una curva a destra, all’altezza del Km 24,5, si trova, sulla sinistra l’ingresso della Tomba dei vasi tetrapodi. Le restanti sepolture sono scavate nel pendio sovrastante, ad eccezione della Tomba X che risulta a destra della strada che porta ad un vicolo cieco.

Fruibilità

Sito in buone condizioni. Ingresso libero, tranne che per la Tomba I (Per visitarla bisogna contattare la Cooperativa SILT)

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