Archeo Viaggi

La Domus de Janas di “Anghelu Ruju”

Introduzione

Il 17 dicembre 2017 sono partito alla volta delle necropoli di “Anghelu Ruju”. Non avevo ancora avuto il piacere di visitare quelle domus de janas di cui avevo tanto sentito parlare, perciò ho approfittato dell’evento organizzato dalla cooperativa SILT, nel quale era annesso anche un piccolo laboratorio per i bambiniViaggio nella Preistoria“.

Adoro queste iniziative, sopratutto quando sono proiettate verso l’infanzia. I bambini hanno bisogno di cultura, hanno bisogno di conoscere quello che era il passato. Una volta che il bambino si avvicina alla conoscenza si sprona da solo, perché spinto dalla curiosità vorrà continuare a conoscere, a sapere chi eravamo un tempo e quali sono stati i metodi primordiali che ci hanno portato a dove siamo ora.

Nel sistema scolastico attuale, questo principio è stato in qualche modo messo da parte. Frequentandolo, ho potuto constatare io stesso quanto la scuola al giorno d’oggi sia povera di sensibilità, non è colpa dei professori, ma del sistema e della sua errata metodica. La scuola ti insegna a studiare ma non ad appassionarti, ti insegna a competere col prossimo ma non a cooperare, l’empatia e il buon senso vengono oscurate dalla corsa verso il voto più alto. Come si può studiare una poesia a memoria se poi non si comprendono le emozioni che da essa scaturiscono? Lo stesso vale per la storia, non possiamo studiare la storia e sentirci parte di essa fintanto che la si studia soltanto per un risultato numerico che finirà sul registro dell’insegnante. Dobbiamo appassionarci ad essa, immergerci nel punto di vista dei personaggi che l’hanno caratterizzata. Sondando il passato possiamo migliorare il presente e favorire un futuro prospero alle nuove generazioni.

Per quanto riguarda la mia terra, rimango basito dal fatto che nelle nostre scuole la storia della Sardegna non venga nemmeno quasi sfiorata. Un isola come la nostra, che nel passato è stata una dimora di notevole influenza in tutto il bacino del mediterraneo, viene messa da parte, come se non avessimo avuto importanza alcuna dal punto di vista storico-culturale, quando invece,  i reperti che sono stati ritrovati nel nostro territorio raccontano una storia leggermente diversa rispetto all’immaginario collettivo, che per via della irrisoria valorizzazione pochi conoscono, e pertanto ad ancora meno interessano.

Credo però di essermi dilungato un po’ troppo in un argomento off topic perciò chiudo qui questa “fastidiosa premessa.

Visita guidata

La mattina è soleggiata, ma all’orizzonte nubi foriere di pioggia fanno presagire un mezzogiorno umido. La guida ci sorride e si mostra subito cordiale, ci acconsente ad anticipare la visita del sito in solitaria tanto per fare un giro di ricognizione e scattare qualche foto prima dell’arrivo del temporale. Rimango subito meravigliato dalla vastità del sito. Dinnanzi ai miei occhi si estende un pianoro verdeggiante costellato di anfratti, domus a pozzetto e dromos scavati nella tenera arenaria che conducono direttamente nelle viscere della terra. Resto per diversi attimi in silenzio e comincio a vagare con la mente, lontano, molto lontano. Immagino il dedalo di gallerie sotto i miei piedi, nell’oscurità stantia del ventre della Grande Madre, immagino i miei avi scavare la roccia, chini nell’ombra con in mano nient’altro che rudimentali strumenti di pietra.

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Il sole albeggia nel cielo, un arazzo azzurro, pallido. La terra che ricopre le necropoli è viva, cosparsa di erba, gramigna, e timidi fiori gialli che spuntano in cerca di luce. Le strutture di pietra che affiorano in superficie suscitano in me quel consueto fremito, come se il mio sangue fosse capace di percepire l’unione senza tempo tra me e quel popolo dimenticato. Comincio a vagare nella piana, scrutando con cura ogni anfratto, ogni dettaglio impresso sulla pietra. Sono talmente tante le tombe che comincio a essere disorientato. Leggo i cartelli, le varie didascalie, una per una. Ho fame di conoscenza, la curiosità infine mi spinge al loro interno, nelle tenebre umide. Alcune sono inaccessibili, allagate, altre invece sono state completamente interdette per via del soffitto sdrucciolevole.

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Gran parte delle domus sono scoperchiate, in balia del vento e della pioggia. In alcuni punti in cui un tempo erano raffigurate delle meravigliose protome taurine, ora non rimane altro che una flebile scanalatura dall’indubbia forma. Nonostante la carenza di fondi, il sito è gestito egregiamente dal personale della cooperativa. Dopo aver girato gran parte del perimetro per conto mio e scattato qualche fotografia, comincio finalmente la visita guidata. La guida è, con mia grande gioia, molto connessa con l’argomento. Sa raccontare la storia, spiegarla nel dettaglio, e sopratutto essere aperta a varie sfumature. Mentre noi cominciamo il viaggio che ci porterà indietro nel tempo di 5000 anni, dall’altra parte, vicino alla biglietteria, cominciano ad allestire il laboratorio per bambini nel quale verranno mostrate le attività svolte dall’uomo preistorico, e successivamente i bambini stessi verranno coinvolti nelle attività di arte paleolitica, come la realizzazione di un manufatto d’argilla e tiro con l’arco.

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Nel dettaglio

La necropoli di Anghelu Ruju è uno dei siti archeologici più importanti della Sardegna,  poiché possiede uno dei più vasti e antichi complessi di grotte artificiali, utilizzate da differenti culture dal 3300 fino al 1800 a.C. circa. Scoperta casualmente nel 1903 ed esplorata in successive campagne di scavo fino al 1967, la necropoli comprende ben 38 domus de janas situate in prossimità di un torrente, il Rio Filibertu. La roccia, arenaria calcarea, facilitò l’escavazione delle tombe, per mezzo di picconi litici rudimentali, ma ne limitò uno sviluppo regolare specialmente in altezza. Tali tombe sono di due tipi:

  • a pozzetto (più antiche) con planimetrie irregolari
  • a dromos (più recenti) normalmente disposte a T o a raggiera.

L’architettura delle tombe è spesso arricchita di dettagli ispirati alle case dei vivi (gradini, pilastri, cornici, finte architravi, false porte, false finestre, ecc) di corna taurine, incisioni e rilievi nei vani più ampi, probabilmente destinate a delle cerimonie funebri. I reperti rinvenuti hanno restituito materiali archeologici della Cultura di Ozieri (4200-2900 a.C.) che ne attestano i primi momenti d’uso: successivamente molti sepolcri vennero riutilizzati lungo l’intero arco dell’Eneolitico (2900-1800 a.C.).

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Le domus de janas, sigillate all’esterno con chiusini litici, hanno rivelato sepolture collettive di individui deposti sopratutto in posizione supina; non mancano però deposizioni secondarie (resti di scheletri scarnificati), esempi di corpi in posizione fetale o rannicchiata e rari casi di semi-cremazione. I morti venivano sepolti con gli oggetti utili e cari in vita, ornamenti di pietre e conchiglia, vasi, armi litiche o in bronzo e idoli femminili. Inoltre sono stati ritrovati resti che testimoniano l’uso di consumare pasti funebri all’interno delle celle e presso gli ingressi.

La particolarità della tomba XXVIII

La tomba XXVIII si distingue per la presenza sulla parete esterna di cinque protomi taurine, motivo ripreso anche all’interno della cella, sulla parete sinistra appena oltre l’ingresso.

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Parete esterna della tomba XXVIII che presenta ben cinque protomi taurine, ormai molto deteriorate dal tempo.

 

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Protome taurine presenti all’interno della tomba XXVIII. Questa splendida fotografia è stata fatta dalle mani esperte del fotografo Nicola Castangia

Altre originali raffigurazioni

In altre tombe sono presenti effigi di particolare rilievo stilistico.  Come possiamo vedere qua sotto, in queste due foto che ho scattato all’interno di una delle tante domus, subito dopo l’ingresso principale.

L’incisione è piuttosto sbiadita ma con un accurata esposizione è possibile notare delle doppie mezzelune o corna sorrette da una colonna con al centro un piccolo motivo circolare.

Qui possiamo vedere invece una sorta di corno taurino del tipo “a barca” scolpito sulla parete sinistra dell’anticella. Sulla destra invece una falsa porta ormai completamente divorata dal tempo.

 

Ci sarebbe ancora tanto da dire e raccontare su questa magnifica necropoli. Ma credo di aver detto almeno le cose essenziali, che spero possano catturare la vostra attenzione e invogliarvi ad andare a farle visita. Il fine ultimo dei miei itinerari è proprio questo, portare i viaggiatori alla scoperta di queste arcaiche memorie e percepirne il loro valore.

 

Come arrivare

Da Alghero si imbocca la “strada dei due mari”. All’altezza dello svincolo per l’aeroporto di Fertilia, sulla destra si trova l’ingresso all’area archeologica.

Fruibilità

Il sito è gestito. Ingresso a pagamento. Orario: tutti i giorni, 09:00 – 19:00 www.coopsilt.it

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6 risposte »

    • La situazione è che a gran parte della popolazione non interessa il suo passato. Ci sono siti di estrema bellezza che non vengono valorizzati. Soltanto ora grazie ad alcune piccole associazioni no profit, la gente sta cominciando a conoscere di più la nostra storia. Ma non bastano i like su facebook, bisogna andare direttamente sul campo, viverle. È un vero peccato, perche il patrimonio che si trova su questo territorio è qualcosa di unico nel suo genere.

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  1. Qui a Bari (intendo proprio in città) c’è un vastissimo patrimonio rupestre in parte distrutto a causa della cementificazione, in parte in perenne attesa di essere salvaguardato. Anche qui ci sono associazioni e studiosi locali che se ne occupano, ma le istanze della politica e dei vari costruttori rallentano tutto.

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