Attualità

Le origini del Natale

Se ad una persona qualsiasi del nostro paese domandassimo che cos’è il Natale, molto probabilmente ci risponderebbe che esso rappresenta la nascita di Gesù, Babbo Natale, l’albero, il presepe, i regali, le cene, i pranzi con i parenti e così discorrendo. Nonostante dal punto di vista del credo cristiano non si tratti del momento più importante, nella società odierna è diventata la festa per eccellenza, il periodo ideale in cui creare un sodalizio e una coesione con i membri della famiglia che durante l’anno per un motivo o per un altro non si è riusciti ad incontrare.

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La gente si identifica con il Natale iniziando col crearsi dei buoni propositi per l’anno venturo. La strana atmosfera che si genera nel periodo natalizio porta le persone a suggestionarsi cercando di immedesimarsi nel famoso detto “a Natale siamo tutti più buoni”. Ma il Natale che si festeggia oggi giorno è una festa mondana che non ha niente a che vedere con le sue radici spirituali che invece risalgono all’alba dei tempi. L’odierno natale pertanto non è altro che una anniversario convenzionale e consumistico che il mercato sfrutta per continuare a portare avanti il capitalismo.

Il solo pensare che c’è bisogno di una particolare data o festività per essere altruisti e magnanimi mi indigna e mi fa ricredere sulle potenzialità dell’essere umano. Inculcare nei bambini questo messaggio non farà altro che creare una generazione di consumisti privi di buon senso, o forse per mio grande rammarico la abbiamo già creata.

Le origini

Tutto ha inizio con il sole, come sempre d’altronde. Immaginiamo di tornare indietro nel tempo, a quando i primi uomini muovevano i propri passi sulla terra. Quando all’alba alzavano gli occhi al cielo la prima cosa che vedevano era il sole, la sfera di luce pulsante che dona visibilità e calore per affrontare la vita di tutti i giorni.

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Per capire le origini che si celano dietro al Natale bisogna perciò studiare i culti e i riti che circumnavigavano intorno alla nostra stella. In questo particolare caso, il giorno tanto osannato prende il nome di Solstizio d’inverno. Suddetto termine proviene dal latino “solstitium”, che letteralmente significa “sole fermo” (da sol, “sole”, e sistere, “stare fermo”).

La data del 25 Dicembre è da sempre legata al Solstizio di inverno, nonostante le innumerevoli forme che attraverso i millenni gli uomini gli hanno voluto affibbiare, non si è mai riusciti a cancellare la sua vera essenza. Il suo significato non è soltanto  metaforico e simbolico, ma anche, e sopratutto fisico e materiale, poiché legato al ciclo delle stagioni e quindi strettamente connesso con qualsiasi essere vivente nel pianeta, compreso l’uomo.
Tecnicamente parlando il Solstizio d’inverno non è altro che il momento in cui il Sole nel suo moto apparente lungo l’eclittica, arriva a fine corsa, nel punto più meridionale dell’orizzonte est, e qui sembra fermarsi. In astronomia viene descritto come un cambio di rotta, nel quale il sole inverte il proprio moto nel senso della “declinazione”, in parole povere raggiunge il punto di massima distanza dal piano equatoriale. Questo è il giorno più corto e anche la notte più lunga dell’anno. Viceversa subito dopo il solstizio la luce del giorno comincia gradualmente a progredire ed il buio della notte a ridursi sino al solstizio d’estate, in cui ci sarà rispettivamente il giorno più lungo e la notte più corta dell’anno.

Generalmente il giorno del solstizio cade il 21 Dicembre, ma per via dell’inversione apparente del moto solare diventa visibile il terzo o quarto giorno successivo.  Pertanto ai nostri occhi avverrà il 25 Dicembre, ecco spiegato il motivo per il quale questa data era molto cara agli antichi.

Nel corso dei secoli le varie religioni hanno sfruttato questo giorno per soppiantare gli arcaici culti ancestrali. Uno dei maggiori esempi è il Cristianesimo, che col tempo e col “pugno di ferro” è riuscito a trasformare la festività pagana della coronazione del sole in commemorazione della nascita di Gesù, nonostante nei vangeli non venga mai menzionata la data di nascita di quest’ultimo.  La prima volta che ricorre la data del 25 dicembre è nel Cronographus di Furio Dioniso Filocalo. Era l’anno 336 d.C., la religione cattolica era entrata di diritto nell’Impero romano e sotto il pontificato di Giulio I si unificarono feste pagane e religiose. Si possono citare tantissimi altri esempi di divinità per cui è stato scelto il 25 Dicembre come data dei loro natali: il dio egiziano Horus, il dio indo-persiano Mitra, gli dei babilonesi Tammuz e Shamas, Dioniso, Bacab e via discorrendo. Il distaccamento dell’uomo dalla natura ha fatto si che la venerazione del nostro astro, della nostra fonte di luce si trasformasse nella celebrazione di entità immaginarie e fittizie.

Solstizio d’inverno nella Sardegna antica

Se si osservano le costruzioni e i simboli appartenenti alla Sardegna antica, a partire dal Neolitico e in tutto l’arco della preistoria, ci si scontra con una realtà legata prepotentemente alla sfera del sacro.  Una realtà che ci mostra monumenti e manufatti concepiti per celebrare questo momento o comunque per denotarlo quale avvenimento importante. Questi costrutti di pietra infatti presentano determinati orientamenti di strutture e aperture come porte ed anfratti predisposti in maniera tale da poter osservare perfettamente il fenomeno del Solstizio, principalmente nei due momenti culminanti, ovvero l‘alba e il tramonto. In alcuni casi producendo anche spettacolari giochi di luce e fenomeni luminosi che, date le circostanze, non possono essere ritenuti casuali.

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Gioco di luce in una delle tante tombe presenti alle domus de janas di “S’adde e s’asile”

A rigor di logica questo comporterebbe un profondo restauro dal punto di vista della storia, della cultura, e della spiritualità degli antichi popoli sardi. L’argomento, che indubbiamente merita un approfondimento ed un coinvolgimento (come tutto ciò che riguarda il patrimonio archeologico della Sardegna) assai più marcato, sarà soltanto accennato con la ragione ed il buon senso di un libero pensatore attratto dai suoi antenati e da ciò che hanno lasciato ai posteri.

In sintesi possiamo tranquillamente asserire che anche in Sardegna, come nel resto del mondo il Solstizio aveva una particolare rilevanza per il proprio popolo, sia nella vita comunitaria che in quella spirituale. Nelle ancestrali rocce scavate dai prenuragici conosciute col nome di Domus de janas, la connessione con il Solstizio è identificabile col concetto della rinascita e la celebrazione della vita, che in una concezione ciclica di vita-morte-rinascita non è mai separata dalla morte. All’interno di queste necropoli non è raro trovare simboli che riproducono proprio il tema della ciclicità (spirali e cerchi concentrici) tanto idolatrato dai nostri avi.

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Cerchi concentrici all’interno della domus de janas “S’Incantu”

Andando avanti di circa 2000 anni si approda nell’Età Nuragica. Il periodo in cui in Sardegna vennero edificati maestosi monumenti di pietra, che ancora oggi rimangono oggetto di dibattito. Nei nuraghi abbiamo la celebrazione più chiara e potente del momento del Solstizio d’inverno. La maggior parte dei Nuraghi hanno ingressi e finestre orientati al sorgere del Sole in questo giorno, e in molti di essi ancora oggi è possibile entrare in contatto con il meraviglioso ed intramontabile spettacolo, che si ripete da millenni, del Sole che penetra all’interno della camera.

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Foto per gentile concessione di Alessandro Pilia

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Foto per gentile concessione di Donna Nuragica

Da questi riscontri si generano delle palesi congetture che non possono essere smentite fintanto che non si approfondiscono gli studi al riguardo. Perciò sembra idoneo pensare che durante i solstizi si praticassero cerimonie di natura spirituale all’interno dei nuraghi. Anche se in mancanza di ulteriori dati ciò non può essere provato. E benché attualmente non siamo in possesso degli elementi per ricostruirne i dettagli, possiamo teorizzare qual’era l’essenza del messaggio che si celava dietro gli aspetti esteriori di questi rituali ormai senza nome, sperduti da tempo immemore tra le macerie e la simbologia che è sopravvissuta sino ai nostri giorni.

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Il sole durante il Solstizio d’Inverno nel Nuraghe Orolo. Foto per gentile concessione di Moju Manuli

Per quanto riguarda la mia opinione personale il messaggio sembra piuttosto chiaro. Ciò che ne denoto è una saggezza che trascende il tempo e lo spazioÈ un volere risoluto di costruire i monumenti sacri in armonia con le leggi dell’universo. È una solennizzazione composta in pietra che ci ricorda come la Terra sotto i nostri piedi sia  indissolubilmente legata alla volta celeste.

In conclusione trovo che si tratti della venerazione di una verità semplice e primordiale che in molti ormai non riescono a cogliere. La società odierna corre veloce, tutto, persino le idee sembrano possedere una obsolescenza programmata che porta alla dissolvenza delle stesse. Continuiamo a rincorrere le più sfrenate forme di consumismo verso una meta che non esiste e che a poco a poco continua a sgretolarsi. Abbiamo smesso di osservare il cielo, di ascoltare gli alberi, di venerare la meraviglia che è la natura, abbiamo fatto si che abdicasse il suo trono in favore del denaro, della tecnologia e delle religioni. Se solo ci fermassimo a riflettere, filtrando tutte le influenze esterne che l’uomo moderno è riuscito a partorire nel corso degli anni, ci troveremo dinnanzi ad uno spettacolo senza tempo, dove tutto è interconnesso. Credo che sia questo il messaggio, e gli antichi lo conoscevano nel profondo. Loro erano in intimità con la ruota stessa dell’esistenza, una qualità che purtroppo noi uomini moderni abbiamo completamente perso e calpestato.

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