Folklore

Fuochi di Sant’Antonio in Sardegna, origini e significato

Le origini

In passato era consuetudine per la chiesa rimpiazzare i riti pagani e i loro idoli per affermare la propria egemonia. Tramite la figura di Sant’Antonio, il protettore degli agricoltori, la Chiesa è riuscita a cristianizzare un culto ben più arcaico che era inteso a celebrare il risveglio della luce dopo il buio dato dalle lunghe notti invernali. (Ed infatti è proprio in questo periodo che si comincia a notare la crescita della durata della luce del giorno fino al Solstizio d’Estate, come ho ampiamente spiegato nell’articolo Le origini del Natale).

La festa è innegabilmente pagana. Il fulcro che muoveva questi rituali era sempre la vita, la morte e la rinascita. Pertanto questi culti ancestrali erano strettamente legati alla natura e i suoi elementi: sole, luna, acqua, terra, fuoco. Simboli arcaici di morte e rinascita che ancora oggi, sopratutto in Sardegna, sono arrivati incolumi e continuano a rivangare il passato, nonostante il continuo progresso condotto dalla società. Moltissime Domus de Janas sono sature di simboli spiraliformi rappresentanti il ciclo vitale e la rinascita, sino ad arrivare alle raffigurazione del Dio Toro e della Grande Madre, che in migliaia di anni sono rimasti pressoché invariati sino all’Età Nuragica.

Le origini si perdono nella notte dei tempi e le tradizioni si mescolano da un luogo all’altro generando usanze che possono differire per alcuni dettagli ma che restano accomunate da una sola e unica radice.

La storiella cristiana

Sant’Antoni andava con il suo porcellino verso le porte dell’inferno per chiedere un po’ di fuoco. Ma i diavoli, guardandolo con sprezzante ironia gli risposero di no. Anzi uno di loro (il capo o guardiano principe degli Inferi chiamato in alcuni luoghi della Sardegna “Anzipirri”) si mise proprio di traverso davanti all’apertura che conduceva agli inferi, per non farlo passare. Ma il maialino riuscì a sgattaiolare tra le sue zampe ed entrò passando attraverso le gambe del demone. Ciò creò, naturalmente, confusione ed un gran trambusto, un gran chiasso, come di chi butta tutto per aria. I diavoli, infatti, lo rincorrevano da una parte all’altra delle loro caverne, ma non riuscivano ad acchiapparlo. Urla, schiamazzi, imprecazioni e grugniti si ripercuotevano in tutto il mondo degli Inferi, scatenando salti e rincorse, cadute e “maledizioni”. Perciò il diavolo che stava alla porta si fece da parte e fece entrare il Santo in modo che si riprendesse il maialino “invasore e monellino”. Sant’Antonio appoggiò la punta del suo bastone di ferula sul fuoco, per riposare un poco e, fatto un fischio, richiamò l’animale che gli corse vicino. Quindi il Santo riprese il proprio bastone e si allontanò. I diavoli non potevano certo immaginare che dentro il fusto alto e spugnoso della ferula (pianta diffusissima in tutta la Sardegna) si potesse nascondere della brace che a poco a poco continuava a bruciare, ma senza che se ne vedesse il fumo. In questo modo, senza paura e con la sua astuzia, il Santo rubò il fuoco all’inferno e lo regalò agli uomini.

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Con questa tradizione la notte del 16 e del 17 gennaio in centinaia di paesi di tutta la Sardegna si accendono i “Foghidoni”, che non sono altro che delle grandi pire, e si lasciano bruciare tutta la notte. Il falò  che ancora emana fumo e preserva brace fino alla mattina successiva è, solitamente, quello meglio augurante.

Grazia Deledda ci racconta nei propri testi sulle Tradizioni che a Nuoro, ai primi del ‘900 si accendeva un grande fuoco, la settimana dopo il 17 Gennaio e si suonava e si ballava cantando fino a notte tarda. A Mamoiada la chiesa era adornata coni foglie di arancio, in pieno periodo di produzione a Gennaio, ed arance si mettevano nella punta dei pali che sostenevano le cataste del fuoco, emanando nell’aria della notte sacra un piacevolissimo profumo. Era ed è usanza diffusissima preparare per questa occasione dei dolci speciali. Uno di questi era la panada di miele.

Altre connessioni

  • Il maialino che accompagna Sant’Antonio nella leggenda, non è legato soltanto alla Dea Madre e a Demetra alla quale era sacro, ma anche a gran parte del folklore europeo,  il quale incarna lo spirito del grano.
  • La reminiscenza dei morti ci riporta ai riti funebri antichi durante i quali ci si nutriva appunto di miele e si beveva il vino, la cui origine antichissima è testimoniata dai più recenti ritrovamenti di semi, ancora produttivi, nei viticci del Sinis.
  • Per ciò che concerne le arance, esse sono simbolo di fecondità. Della Vita. La tradizione del Culto Romano delle Divinità racconta che esse furono regalate agli esseri umani da Giunone, sposa di Giove (da qui i fiori d’arancio nelle cerimonie nuziali).
  • Per le streghe, invece, (solito mix di sacro/profano e a volte macabro rituale della nostra Isola) questo frutto rappresentava il cuore, un feticcio da far imputridire, fino alla morte della vittima del maleficio.
  • Un’altra usanza, invece, vede protagoniste le giovani coppie che, sfidando il fuoco e tenendosi per mano, saltano da un lato all’altro del grande falò per sancire il loro amore e propiziare il loro vincolo sociale dinnanzi alla comunità.

Dunque, ancora una volta si onora l’imperituro ciclo di morte e rinascita.

In conclusione

La danza che si opera in cerchio intorno al fuoco è palesemente simbolica. Le stesse maschere girano intorno al fuoco sacro per tre (numero legato alla cosmogonia o nascita del mondo) oppure per tredici volte (rappresentazione delle fasi lunari.) Il cerchio ha il suo significato sacro, magico: oltre a richiamare alla figura del sole, simboleggia la totalità ed il congiungimento. Un rito quindi che porta con sé la morte e la pulsione generativa, in accordo con i presupposti del periodo immediatamente successivo: “Su Carrasegare“, ovvero il Carnevale. Quello di Gennaio è, infatti, un fuoco che apre al momento più ribelle e caotico dell’anno, dove ogni regola viene rovesciata. In alcuni paesi della Sardegna, come Mamoiada, la morte e il sacrificio sono rappresentati da maschere antropo-zoomorfe, diventando presupposti di rinascita e salvezza a seguito del letargo invernale.

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Chiudo l’articolo con una mia poesia:

La lunga notte 

Le grandi pire bruceranno

nelle notti gelide

 dal crepitar delle fiamme

affioreranno antiche odi

il lugubre ritmo dei campanacci

riecheggerà nelle tenebre

tra canti e danze senza fine.


Marco Secchi ©

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