Archeo Viaggi

Il Complesso Prenuragico di “Monte Baranta”

Introduzione

Il Complesso Megalitico di Monte Baranta, ubicato nella Sardegna nord-occidentale, più precisamente in località Su Casteddu, a circa due chilometri dal centro abitato di Olmedo, sorge ad una altezza di circa 120 m s.l.m. sull’altopiano trachitico dell’omonimo monte, dominando, a sud, vallate e pianure che si distendono sino alla rada di Alghero.

Attrezzatura obbligatoria:

  • Scarpe da Trekking
  • Abbigliamento adatto alla stagione
  • Acqua e vettovaglie

Escursione

Un luogo magico, che ha conservato intatto, dopo tutti i millenni trascorsi, il suo valore archeologico e le sue arcaiche radici. Ho avuto modo di visitarlo per la prima volta insieme ad un mio amico. Non avevo mai visto alcuna foto del sito, pertanto, una volta arrivato in cima, non sapevo che cosa aspettarmi. Confidavo come al solito, con la straordinaria capacità, in questo caso, del popolo prenuragico, di erigere monumenti di straordinario impatto visivo, e così è stato.

Era Dicembre, ma la giornata somigliava più ad un classico pomeriggio primaverile. Il vento soffiava leggero ed il sole era caldo come un abbraccio di donna. Dopo aver raggiunto l’ingresso e lasciato l’auto di fronte ad un vecchio cancello sbarrato, ci avventurammo per il sentiero. Non c’erano cartelli o diciture, la via era abbandonata, lasciata a se stessa, per raggiungerla fummo costretti ad oltrepassare uno squarcio nella recinzione metallica.

Il sentiero cominciava ai piedi dell’altura, in mezzo alla macchia mediterranea, che ci fece compagnia lungo l’intero tragitto. Si respirava aria pulita, sapeva di muschio, umidità e vecchie foglie. Il sole splendeva alto, imperioso, senza nessuna nube intorno. Mentre continuammo a salire, la via divenne sempre più ombrosa e avvolta dagli arbusti. Lungo il cammino scorgemmo un piccolo corso d’acqua che gorgogliava sommessamente al di sotto di vecchi massi costellati di licheni. Dall’altra parte invece, lo sguardo ricadeva verso le piane verdeggianti e le messi della Nurra. Ogni cosa si allargava all’orizzonte in un infinito verde.

Dopo aver percorso un buon tratto di strada, ed essere arrivati alla fine del sentiero, la macchia quasi scomparve, e al di là delle chioma di un grande albero, si aprì uno squarcio che ci scaraventò immediatamente in un altra epoca. Dinnanzi a noi si estendeva una radura, nel quale svettava imponente una costruzione che per alcuni versi strizzava l’occhio ai nuraghi, ma che una volta vista da vicino, e sopratutto, nella sua interezza, era qualcos’altro, qualcosa di diverso, di più antico.

Singoli massi ciclopici, impilati gli uni sugli altri a costruire un grande recinto di pietra circolare con corridoi e ingressi sormontati da maestose architravi. L’immenso costrutto si ergeva sulla cima del monte, dal quale era possibile gettare lo sguardo su un panorama che si perdeva in ogni dove, verso colline ed alture che si innalzavano a miglia di distanza, come se quel popolo che un tempo aveva edificato li il proprio villaggio, desiderava avere il pieno controllo su tutta la zona circostante.

Lasciatoci il recinto-torre alle spalle, proseguiamo per alcuni metri, finché non troviamo i resti delle capanne e qualcos’altro… Una barriera megalitica si dilungava sino agli estremi limiti della piana, circondando i resti di ciò che un tempo era il luogo in cui sorgeva la comunità. Una muraglia lunga circa un centinaio di metri, larga abbastanza da poter essere percorsa da diversi uomini in fila. E oltre la muraglia, un solitario menhir, giaceva a terra, circondato da acqua stagnanti, come il cadavere di un dio dimenticato.

L’area sacra era governata da un atmosfera ancestrale. Le piogge passate avevano dato vita ad un pantano fertile, ricco di erba ed insetti. Piccole rocce affioravano in mezzo alla fanghiglia, lambite dall’eco degli antenati. Non molto lontano, un secondo menhir, più piccolo del precedente, era sdraiato anch’esso su quella terra che un tempo aveva visto innalzare canti e rituali in nome di divinità vecchie come il tempo stesso.

Nel dettaglio

Nonostante gli accurati rilievi effettuati nel territorio di Olmedo all’inizio del secolo scorso dallo studioso Filippo Nissardi, il Complesso di Monte Baranta è rimasto sconosciuto sino a pochi anni fa. Assente dall’Elenco degli Edifici Monumentali stilato nel 1922, compare per la prima volta nelle carte IGM del 1958 come “Nuraghe Su Casteddu” e, successivamente, in uno studio del 1962 dell’archeologo Ercole Contu che ne fa però una esposizione parziale. Soltanto alla fine degli anni ’70 grazie agli scavi effettuati nel sito a cura del prof. Alberto Moravetti, si è arrivati ad ottenere una quadro descrittivo completo; l’analisi dei reperti ritrovati ha consentito inoltre di attribuire l’insediamento con certezza all’Età del Rame e, più in particolare, alla cultura di Monte Claro.

Scavi e ricerche

A tal proposito, Moravetti scrive: con Monte Baranta ci troviamo, probabilmente, nella fase che precede immediatamente la nascita e la diffusione dei protonuraghi (o
nuraghi a corridoio/i), la cui genesi si può cogliere nello stesso recinto-
torre, per gli ampi corridoi e per la tendenza “a chiudere”.
Da segnalare che una struttura analoga al recinto-torre di Monte
Baranta, ma con un solo ingresso, una nicchia nel cortile, fronte rettilinea
e lati ortogonali, è stata individuata nel territorio di
Bortigiadas, in località Fraicata.
I risultati delle ricerche condotte a Monte Baranta hanno consentito di
tracciare un quadro più articolato e composito della cultura di Monte
Claro, nota fino ad allora soprattutto attraverso la produzione vascolare
e per le caratteristiche tombe ipogeiche a pozzetto del Cagliaritano, e di inserire la Sardegna nel più vasto contesto europeo dell’Età del
Rame.

L’importanza del complesso megalitico di Monte Baranta, sia in
ambito insulare che extrainsulare, è ampiamente documentata nella letteratura
archeologica: basti per tutti la presenza della planimetria generale
del complesso monumentale di Olmedo, a corredo della voce
Monte Claro, nel prestigioso Dizionario della Preistoria, diretto da A.
Leroi-Gourhan e pubblicato dall’Einaudi per l’edizione italiana, oppure
la descrizione del monumento ad opera di un archeologo illustre
come Jean Guilaine nel volume “La mer partagée, 1991.”

Il Complesso Megalitico di Monte Baranta si suddivide in quattro zone: recinto-torre, muraglia, villaggio e area sacra.

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Il recinto-torre

Il recinto-torre ha pianta a forma di “U” con gli apici rivolti verso il dirupo, del quale è situato a ridosso in posizione dominante. Le pareti sono formate da grandi lastroni in pietra trachitica, hanno una altezza media di circa 3,50 m ed uno spessore che varia da un minimo di 4,15 m ad un massimo di 6,50 m. L’area interna al recinto-torre ha una superficie di 390 m2 e risulta spianata naturalmente salvo in qualche punto dove è stata grossolanamente pavimentata; ad essa si accede attraverso due ingressi a corridoio di sezione rettangolare, posti uno a nord, l’altro ad ovest, sormontati da poderosi massi posizionati orizzontalmente, anch’essi in trachite. Alcuni particolari presenti nelle pareti portano ad ipotizzare l’originaria esistenza di strutture lignee impiantate nello spessore murario, funzionali ad una attività di difesa e di avvistamento.

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La muraglia

A circa un centinaio di metri dal recinto-torre sorge la muraglia megalitica. Costruita anch’essa utilizzando grandi lastroni poligonali in trachite, con un’altezza media di 2.50 m ed uno spessore di 5,00 m, si distende da nord a sud per circa 97 metri a sbarramento dell’unico tratto di pianoro del sito. Nell’estremità a sud, in prossimità della scarpata, è presente un corridoio, anch’esso in origine architravato con monoliti trachitici, di 0,90 m per 1,60 m per 5,10 m. unica apertura per l’accesso all’abitato. L’ampio spessore della muraglia potrebbe far presupporre l’esistenza di un cammino di ronda simile a quello del recinto-torre, ma i crolli che hanno interessato la parte alta della muraglia non permettono di stabilirlo con certezza.

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Il villaggio

Circoscritto dalla muraglia, dal recinto-torre e dallo strapiombo vi era il villaggio. Benché ridotti a rudere è possibile individuare i muri perimetrali di alcune capanne alti anche sino a 80 cm, alcune a sezione rettangolare altre absidate. La più ampia ha una superficie di 37 m2 e conserva al proprio interno tracce di un tramezzo e di una pavimentazione in piccole pietre. Nel corso degli scavi sono
state esplorate due di queste capanne, e in ambedue, insieme a scarsa
industria litica è stata rinvenuta esclusivamente ceramica di cultura
Monte Claro.

Area sacra

All’esterno del villaggio, a pochi metri dalla muraglia vi era la zona sacra. L’area è interessata dalla presenza di una ottantina di lastroni ortostatici disposti a formare un circolo megalitico del diametro di circa 10 metri. Sono presenti anche diversi menhir riversi sul terreno ed in gran parte spezzati. Spicca fra tutti quello più grande, un monolito della lunghezza di quasi 4 metri, certamente mai messo in opera a giudicare dall’alveolo che doveva contenerne la base, che risulta soltanto in fase di preparazione. Lo stesso menhir appare non rifinito ma appena sbozzato.

La tipologia e la scarsa quantità dei reperti archeologici ritrovati durante gli scavi, insieme al mancato completamento dell’area sacra, fanno presumere che l’insediamento venne occupato per un periodo di tempo non molto lungo durante la cultura di Monte Claro, per essere nuovamente frequentato nell’Età del Bronzo, da genti della Cultura di Bonnanaro (1800-1600 a.C.) ed infine, sporadicamente, in Età Nuragica e in Età Romana.

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Come arrivare

Arrivando da Alghero, poco prima del paese di Olmedo si trovano a destra i cartelli che indicano il sito archeologico. Lasciata la macchina nello spiazzo al termine della sterrata, si prosegue a piedi e in circa 15 minuti si raggiunge il sito.

Fruibilità

Sito in buone condizioni. Ingresso libero.


Bibliografia: 

  • Ercole Contu, Il Nuraghe Monte Baranta in località Su Casteddu o Pala Reale (Olmedo-Sassari), in “Studi Sardi”, XVII. 1959-61, Sassari, 1962, pp. 640–641
  • Alberto Moravetti, Il complesso megalitico di Monte Baranta e la Cultura di Monte Claro, in “Nuovo Bullettino Archeologico Sardo”, 5, 1993-1995, Roma 2002, Carlo Delfino editore

 

Fotografie:

Gli scatti presenti nell’articolo sono stati postati per gentile concessione degli autori, e tutti i diritti sono ad essi riservati.

Nicola Castangia, membro di Archeofotosardegna.

Giovanni Galzerano, presidente di Archeourivagando.

Sergio Melis

Fonte: Wikipedia

 

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