Archeo Viaggi

Domus de Janas “Sas Puntas”

Introduzione

Nel nord della Sardegna e più precisamente in tutta la zona del Sassarese, fino ad arrivare a sos Furrighesos ad Anela, nel Goceano, troviamo una particolare tipologia di Domus de Janas, conosciute con l’epiteto di  Domus a Prospetto Architettonico. In tutto il nord-ovest della Sardegna se ne contano circa una cinquantina. Ho visitato una delle più importanti, ecco il resoconto di questa meravigliosa escursione:

«La Sardegna mi donerà squarci di meraviglia in eterno.» È questo che ho pensato, dopo essere riuscito a trovare l’ingresso che conduceva all’ipogeo di “Sas Puntas”, a Tissi. Purtroppo non è stato facile raggiungerlo per due motivi: il GPS continuava a sbagliare via, e la cartellonistica era del tutto assente. Alla fine ho optato per la logica, osservando il punto di ubicazione dell’ipogeo tramite l’app “Wikimapia” e studiando le strade nelle vicinanze tramite la mappa satellitare sono riuscito a crearmi io il punto dal quale partire, che poi si è rivelato quello esatto.

Lasciato il mezzo in uno spiazzo di campagna, dopo aver percorso un centinaio di metri a piedi in una mulattiera fangosa, arrivo di fronte a una stele di pietra con scritto: “Ippogeo Sas Puntas”, davvero ridicolo, sono persino riusciti a sbagliare il termine. Tralasciando questo piccolo dettaglio, il sentiero che conduce verso la domus è qualcosa di meraviglioso, fiabesco oserei dire.  Il panorama la fa da padrone, si ha come l’impressione di essere osservati dall’onnipresente costone roccioso che torreggia all’orizzonte.

L’ingresso è una scalinata di pietra immersa nel verde. Un’immensa parete di roccia bianca, calcarea, delimita la visuale man mano che si scende nelle profondità dell’umida boscaglia. Il sentiero è pulito, facile da attraversare, costellato di arbusti, muschio e nuda roccia. L’atmosfera cambia in un attimo, ci si sente pervasi dal silenzio del bosco. Gli asparagi crescono irti, in cerca di luce tra i rovi e i sassi. C’è vita la dentro, nell’oscurità del sentiero in penombra.

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Il tragitto è di qualche centinaio di metri, la domus è facile da raggiungere, la via ti porta dritto da lei, verso il suo canto millenario che riecheggia nell’aria satura dell’odore del muschio. Prima di arrivare all’ingresso della domus, mi soffermo ad osservare dei particolari incavi nel pianoro roccioso soprastante, sono perfettamente sbozzati su due terrazzamenti in forme rettangolari e quadrate, noto anche quello che sembra essere una sorta di foro che si dirama come un canale di scolo. Da lassù ammiro il panorama, di fronte a me si erge la ciclopica catena calcarea, costellata di anfratti e cavità scavate dal vento. Si ha piena vista della vallata che si degrada dal ripido pendio nel quale è ubicata la domus. La giornata si scalda non appena il sole pulisce il cielo dalle nubi e infonde luce nella piana.

 

Infine, decido di andare ad ammirarla. Appena svolto l’angolo nascosto dagli alberi, l’imponente costrutto mi tinge gli occhi di una meraviglia inaspettata. Solenne, finemente lavorata, gli intarsi ancora vividi, ben delineati. La forma è quella della grande stele centinata che veniva eretta al centro delle prime Tombe dei Giganti. Il varco che conduce al suo interno ha un motivo diverso dal solito, che ancora non avevo visto. È rettangolare, con la base leggermente più larga che va pian piano a restringersi sino alla sommità, come la sagoma di un nuraghe. Tutt’intorno ci sono dei veri e propri sedili di pietra, dove immagino andavano a sedersi i nostri avi durante la veglia ai defunti. A pochi passi dall’ingresso, sempre nel medesimo costone calcareo trovo gli stessi solchi dalla forma squadrata che avevo visto poc’anzi, e anche lì sono visibili quelli che sembrerebbero dei canali, quest’ultimi partono dall’ingresso della tomba, ramificandosi in tre parti, creando un simbolo davvero originale, simile a un tridente. 

 

Entro dentro, la sala è perfetta. Ovoidale, con il soffitto a cupola. Ai lati, appena varcato l’ingresso sono presenti due alcove, dei giacigli scavati entrambi della stessa misura. Sul pavimento vedo due solchi, due cerchi perfetti, uno perpendicolare all’altro. La stanza è piccola e sfioro di poco il soffitto, noto che la mia voce rimbomba in modo armonico, crea una strana melodia che sembra vibrare tra le pareti, scivola lungo quelle forme sinuose, scavate con una meticolosità disarmante.

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Torno fuori, mi siedo sul gradone di pietra scolpito attorno all’ingresso e rimango lì, a scrutare il cielo e contemplare il paesaggio. Immagino i miei avi seduti dove sono io, adesso, e rifletto sul nuovo e vecchio mondo, sui tempi andati, smarriti per sempre.

 

Nel dettaglio

Questo monumento costituisce uno dei più imponenti ipogei “a prospetto architettonico”. Si tratta di strutture funerarie nuragiche, ma non ci sono studi abbastanza approfonditi che attestino che siano coeve o non alle Tombe dei Giganti, presenti in un’area molto circoscritta dell’Isola: nel Sassarese, appunto, e nelle zone immediatamente a sud-est. A volte si tratta di tombe di Età Prenuragica riutilizzate in Età Nuragica, alle volte invece risultano essere delle vere e proprio tombe dell’Età del Bronzo ricostruite ex novo. Era solito infatti per i nuragici rivendicare domus antiche scolpendo la stele centinata all’ingresso.

Scavato nella roccia calcarea, presenta in facciata due elementi tipici delle tombe nuragiche, in questo caso scolpiti nella roccia: la stele centinata e l’esedra semicircolare. Lungo l’intero arco di quest’ultima è ancora ben visibile la riproduzione del sedile (destinato ad accogliere i sacerdoti e i partecipanti al culto dei defunti).

La stele è rilevata rispetto alle fiancate e presenta al centro una fascia che divide la parte inferiore dalla lunetta superiore, conservata parzialmente. In prossimità di essa, sui resti del tumulo, si osservano tre piccoli incavi nei quali venivano inseriti dei betili, elementi litici dal valore simbolico-sacrale.

Il portello di ingresso rettangolare è ricavato nella parete verticale ed è incorniciato da due gradini, anch’essi con funzione di bancone-sedile.

Passando per uno stretto corridoio si accede alla camera sepolcrale, costituita da un’unica cella a pianta ellittica che conserva intatta la volta a forno accuratamente rifinita. Sulle pareti laterali del vano sono scavate due nicchie, sopraelevate e simmetriche tra loro, che avevano la funzione di lettini funebri.

Il piano pavimentale interno è solcato al centro da una canaletta di scolo, che attraversa due coppelle (cavità circolari) e prosegue all’esterno, sulla superficie del bancone roccioso racchiusa dall’esedra. Si ritiene che questo piano orizzontale, opera delle maestranze preistoriche, sia stato sfruttato in epoche successive per la raccolta delle acque piovane, come indicano la presenza di incavi e vaschette quadrangolari scavate nella roccia. Inoltre, in epoca medioevale, questi vani venivano presumibilmente utilizzati per la fermentazione del mosto d’uva.

 

Come arrivare

Da Sassari percorrere la provinciale in direzione di Ittiri, dopo alcuni chilometri si trova il bivio per Tissi. Entrando nella SP3, si percorre il rettilineo sino allo svincolo in Via Enrico Berlinguer, si procede dritto per un centinaio di metri finché non si giunge in una strada di campagna. Lasciare il mezzo in uno spiazzo e proseguire a piedi sino alla stele di pietra che segnala la discesa verso la gradinata di pietra che condurrà alla domus.

Fruibilità

Sito in buone condizioni. Ingresso libero.

 

Fonte: Coolturistika

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